Un ricordo del Professor Camillo Gasbarri
“Il mio sogno è andarmene in Africa ad insegnare italiano, almeno lì inizierei da zero“. Eh sì, Professore, una volta ci avevi detto così, in quella classe di ragioneria un po’ naif, ma noi lo sapevamo che ci volevi bene, che da quella lotta impari tu non ti sei mai tirato indietro.
Le tue armi erano l’educazione, l’ironia sottile, il garbo, la cultura smisurata che non ti piaceva ostentare. Ad inizio novembre te ne sei andato, immagino che adesso sgambettando da una nuvola all’altra, ti imbatterai in qualche africano e lì finalmente realizzerai il tuo sogno e via con quelle bellissime lezioni che riuscivano a passare anche la spessissima barriera della nostra ignavia adolescenziale verso il sapere.
Già il sapere.
Eri anche uno storico, inarrivabile conoscitore della mia città, 600′; 700′; 800′ e cosi via, non mancava mai un tuo aggancio pratico, guardate che se andate in quel vicolo, vedete la tela in quella chiesa, capirete meglio cosa vi sto dicendo. Ragionieri, alcuni anche scanzonatamente asini, che hanno avuto il miglior professore che si possa immaginare. La tua severità alla fine stava tutta nei tuoi giudizi, perché sudarsi una sufficienza non era cosa facile, né in italiano, né in storia, per non parlare dei compiti scritti.
Però chi se le scorda le tue barzellette in quel dialetto che tanto amavi. Una volta il mio compagno di banco aveva scritto sul muro “Un erezione triste per un coito modesto”. Per un po’ di giorni non ci avevi fatto caso, poi una mattina ti sei avvicinato come una furia, mi hai preso la bic e ti sei messo a strillare “Dio mio! L’apostrofo! Manco l’apostrofo ci avete messo!“. Apposto il segno mancante sei tornato in cattedra ed hai continuato la lezione. Non ti sei scomposto manco quando tornato a casa ti sei accorto che nella tua borsa avevamo infilato degli slip da donna comprati alla vecchia Upim la sera prima, per non parlare poi delle varie banane con le scritte “sbucciami” che periodicamente finivano sempre nella stessa borsa.
Tra una risata e l’altra ci hai fatto capire tanto cose, l’amore per la lettura e quanto sia difficile esprimersi bene. Una volta mi hai detto, anni dopo, (si perché eri un archivio vivente, eri tu ad avvicinarti per salutare noi anche a centinaia di metri di distanza) quando ti ho raccontato che avevo iniziato a scrivere per un giornaletto locale, “stai attento, non fare mai l’errore di credere di sapere scrivere. L’uso delle parole è una azione che richiede grande responsabilità; responsabilità ed onestà“.
E comunque ancora oggi cerco di evitare di guardare per terra quando cammino. Lì veramente ti alteravi. “Osservate, osservate, la storia si trova intorno a voi, sopra di voi, sui muri dei palazzi, in una targa, dentro le finestre, prende la forma di un cornicione, di un tetto. Non abituatevi mai, mai, a guardare per terra“.
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17 novembre 2009 0 Commenti
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